Le origini della Mille Miglia sono inscindibili
con quelle dell’Automobile Club Brescia.
Il nuovo ordinamento del 1927 dell’Automobile Club d’Italia,
da quell’anno nobilitato a Raci con l’aggiunta dell’aggettivo
“Reale”, infatti affidava alle varie sedi provinciali non
solo la riscossione delle tasse automobilistiche ma anche la costituzione
di una sede del Pubblico registro automobilistico. Da qui nacque l’esigenza
della scissione dall’Automobile Club di Milano (Acm) di cui, fino
agli inizi di quell’anno, Brescia costituiva solo una sezione.
Il legame automobilistico sportivo con il capoluogo si era tuttavia progressivamente
incrinato con l’andare del tempo, specie dopo il 1922 anno in cui,
dopo l’esperimento del primo Gran Premio d’Italia che il direttore
dell’Acm, il milanese, ma bresciano d’adozione, Arturo Mercanti,
aveva organizzato l’anno precedente sul circuito di Montichiari,
la corsa era stata disputata sul neonato circuito di Monza, costruito
a tempo di primato nel parco della villa reale sfruttando l’esperienza
e alcune soluzioni tecniche, quali le curve sopraelevate, già sperimentate
nella piana di Ghedi.
Il fatto fu considerato dai bresciani un grave affronto, non dimenticando
che il motorismo sportivo italiano aveva avuto proprio nel loro territorio
una delle sue principali culle fin dal 1899, quando nell’ambito
della tradizionale fiera d’agosto era stata disputata la Brescia-
Cremona- Mantova- Verona –Brescia di circa 220km riservata alle
automobili, ripetuta l’anno successivo, ma funestata da un grave
incidente.
La tradizione era potuta riprendere solo nel 1904 con la “Settimana
motoristica”, ripetuta l’anno successivo con la disputa della
Coppa Florio sulla piana di Montichiari e con l’epilogo delle gare
motonautiche sul Garda, ancora una volta tra le prime disputate in Italia.
Così avvenne anche per il “Circuito aereo” di Brescia
nel 1909 che fu la prima gara tra aeroplani nel nostro Paese.
Il consiglio direttivo del neonato Automobile Club di Brescia (Acb) era,
guidato da giovanissimi piloti automobilistici (Franco Mazzotti Biancinelli,
presidente, e il conte Aymo Maggi di Gradella, vicepresidente assieme
a Oreste Bertoli), ma non mancava un’importante rappresentanza politica
(l’onorevole Alfredo Giarratana e Innocente Dugnani, futuro federale
di Brescia) molto vicina al parmense Augusto Turati, già segretario
del fascio di Brescia dal 1923 al 1926 e quindi del Partito nazionale
fascista.
Alla componente sportiva, oltretutto con notevole disponibilità
economica, e a quella politica si aggiungeva l’esperienza organizzativa
del veronese Renzo Castagneto, prima ciclista, poi corridore motociclista
e fondatore della Polisportiva Ravelli con il concittadino Aldo Finzi
, (quest’ultimo già volontario fiumano e fino al 1924 molto
vicino a Mussolini), quindi dal 1923 abile organizzatore di eventi motoristici
e segretario generale dell’Acb, affiancato dal barone Flaminio Monti,
vice-segretario.
Per gli uomini dell’Acb era necessario trovare un qualcosa di spettacolare
che sia celebrasse la raggiunta autonomia da Milano, sia vendicasse l’offesa
subito senza urtare la suscettibilità tanto del Raci, quanto dell’Acm,
presieduti entrambi in quel periodo dal senatore Silvio Crespi.
Immediato fu pensare a una manifestazione di velocità su lunga
distanza riservata alle vetture di serie che, a differenza della Bol d’or
francese (nata nel 1922) e del Grand Prix d’endurance de 24 Heures
“Coupe Rudge Whitworth” (poi nota come 24 Ore di Le Mans e
disputata a partire dal 1923) e di molte altre gare istituite nel seguito
tra le quali il poco noto Gran Premio Turismo, disputato a Monza in unica
edizione della durata di 24 ore nel 1926, non fosse legata a un circuito,
più semplice da mandare a memoria e dove era facile organizzare
assistenze e rifornimenti, ma portasse le vetture in giro sulle strade
di mezza Italia fin sull’uscio di casa dei possibili acquirenti.
Quest’ultima idea, oggi sarebbe considerata un vero colpo da genio
della comunicazione, non avrebbe trovato insensibili le Case automobilistiche,
afflitte dalle modeste vendite in Italia anche per la vera o presunta
scarsa affidabilità dei loro prodotti, e neppure il Governo che,
da un lato, aspirava a presentare al mondo un’Italia moderna e al
passo con i tempi e, dall’altro, con l’aumento delle vetture
circolanti avrebbe rimpinguato le deficitarie casse dell’erario
con i proventi delle tasse di circolazione, sui carburanti e sui lubrificanti.
Anche gli italiani ne avrebbero conseguito un piccolo vantaggio indiretto
con il miglioramento della obsoleta rete stradale, quantomeno di quella
interessata dalla competizione, i cui oneri di manutenzione costituivano
un problema irrisolto fin dalla nascita del Regno nel 1861.
Dopo Mazzotti, Maggi e Castagneto a completare il quartetto dei “moschettieri”,
così furono soprannominati gli animatori dell’evento dall’immaginario
collettivo, mancava un uomo della grande stampa e questo fu trovato, così
si racconta, in Giovanni Canestrini della potente «Gazzetta dello
sport», il primo giornale sportivo nazionale tra i cui azionisti
figuravano gli industriali dell’automobile Giovanni Agnelli ed Edoardo
Bianchi prima che i 4/5 della proprietà fosse acquistata da Alberto
Bonacossa nel 1929.
Il quotidiano fin dal 1909, battendo sul tempo il «Corriere della
sera» che voleva ripetere il successo del Giro d’Italia automobilistico
non competitivo disputato nel 1901, organizzava quello ciclistico grazie
all’abile opera di Armando Cougnet, già suo direttore come
lo era stato prima Arturo Mercanti.
Grazie a Cougnet e a Castagneto, in pochissimo tempo fu studiato il percorso
della Coppa delle 1000 Miglia da Brescia a Roma, necessaria piaggeria
verso il Regime, a Brescia, per appunto lungo circa 1.600km. E il Regime,
o quantomeno Turati, contraccambiò la deferenza rintuzzando gli
attacchi di Silvio Crespi che chiedeva che alla gara non fossero concesse
le necessarie autorizzazione prefettizie perché, a suo dire, “troppo
pericolosa”.
Poi nacque la leggenda che Giovanni Canestrini riscrisse almeno tre volte
negli anni: una prima volta sul Numero unico dell’edizione 1930,
poi nel 1962 nel suo Una vita con le corse, e quindi nel 1967 in Mille
Miglia. Anche se molti particolari narrati cambiarono, in tutti e tre
i racconti la storia parte dalla famosa sera del 2 dicembre 1926 quando,
così ricordata dal giornalista in Una vita con le corse:
Non dirò che io mi aspettassi visite alla vigilia
di Natale di quel 1926; sonnecchiavo sdraiato su una poltrona del mio
studiolo, in via Bonaventura Cavalieri a Milano, quando, dal cortile,
mi sentii chiamare. Era la voce rauca di Aymo Maggi e la riconobbi subito.
Mi affacciai alla finestra ed infatti, giù in cortile, c’era
proprio lui con Franco Mazzotti, Renzo Castagneto ed il barone Monti.
Tutti bresciani. «Cosa vorranno» — pensai — «proprio
alla vigilia di Natale?».
Il mio studio fu invaso dagli amici e Maggi, per tutti, spiegò
le ragioni della inattesa visita: «Le no-stre case non corrono più»
— disse — «macchine da corsa non ce ne sono e, se vogliamo
fare dello sport, non ci resta che acquistare macchine straniere, o meglio
delle Bugatti, il quale praticamente è il solo che le fabbrica
e le cede alla clientela. Se non troviamo qualcosa di nuovo, abbiamo la
impressione che nessuno più si interesserà di automobilismo
sportivo e tutta la nostra tradizione sarà dimenticata. Bisogna
fare qualcosa» ripeté.
[…] Si avanzò l’idea di organizzare una Brescia-Roma;
era di moda a quel tempo far confluire tutto alla capitale (ed è
una moda che è tuttora rimasta); ma neppure essa piacque, giacché
alla fine Brescia, da una gara del genere, non avrebbe avuto che un vantaggio
relativo.
«E perché non si fa una Brescia-Roma-Brescia?» […]«E
come la chiamiamo?»
Brescia-Roma-Brescia era troppo lungo e faceva pensare all’orario
ferroviario, più che ad una competizione automobilistica. Giro
d’ Italia, no; Criterium delle macchine sport, no. Via, via scartammo
altri titoli e diciture. Ad un certo punto Mazzotti chiese a me ed a Castagneto,
che stavamo conteggiando sulla carta geografica le distanze:
«Quanto è lunga?». « Più di mille chilometri:
all’incirca 1.600 chilometri ». «Ossia mille miglia»
osservò Mazzotti il quale, fresco, come era, del suo viaggio americano,
s’era assuefatto a considerare le distanze stradali e le medie chilometriche
in miglia, anziché in chilometri. Poi quasi seguendo una ispirazione
aggiunse: «E perché non la chiamiamo Coppa delle Mille Miglia?»
Qualcuno obbiettò: «Non ti pare troppo americana questa denominazione?».
«Affatto —. ribattei — dopotutto i romani misuravano
appunto in miglia le loro distanze; siamo quindi nella tradizione romana
». E a quei tempi anche questo contava.
Non sappiamo come andarono effettivamente le cose e se
l’idea nacque proprio solo quella sera, ma, come a tutte le belle
favole, rincuora crederci.
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